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Il Servizio Bilancio del Senato: il regolamento aumenta la spesa Stampa E-mail
Troppo ottimistiche le previsioni del Governo: il nuovo regolamento sui contributi all'editoria, anziché restringere la platea dei beneficiari, potrebbe allargarla. Lo sottolinea il Servizio del Bilancio del Senato, nella nota di lettura sullo schema di dpr sottoposto alle Commissioni parlamentari, che presenterebbe "diversi profili di criticità".

Secondo i tecnici di palazzo Madama, i circa 10 milioni di euro che secondo il Governo a regime il regolamento consentirebbe di risparmiare potrebbero rimanere solo sulla carta. Anzitutto a causa della scomparsa, nelle nuove regole, di uno dei requisiti previsti dall'articolo 3 della legge 250 del 1990: ovvero che, per accedere ai contributi, le entrate pubblicitarie non dovessero superare il 30 (40, compresi gli ammortamenti) per cento dei costi complessivi dell'impresa (per i giornali di partito il raggiungimento della soglia non precludeva l'accesso ai contributi, ma al contributo integrativo del 50 per cento dell'agevolazione già calcolata). Inoltre, "non sembra affatto idoneo a restringere il numero dei beneficiari un criterio che prevede la vendita di almeno il 15 per cento delle copie distribuite (30 per cento per quelle locali), a fronte di un vigente criterio che richiede la vendita del 25 per cento (40 per cento per quelle locali) delle copie tirate, pur considerando la novità dell'esclusione dal calcolo delle vendite in blocco". Una percentuale più bassa, spiegano i tecnici, sarà rapportata a un numero di copie più basso, "con il risultato che sarà probabilmente più facile, e non più difficile, soddisfare i requisiti per accedere ai contributi".

Inoltre, sotto il profilo dei nuovi sistemi di calcolo dei contributi, secondo la nota di lettura il Governo sbaglia nel valutare la percentuale attualmente rimborsata: essa si attesta al 30 per cento e non al 60 come indicato nella relazione tecnica, sicché un tetto del 50 per cento aumenta i costi e non li diminuisce. Lo dimostrerebbe anche il tetto massimo di 2 milioni di euro in luogo degli attuali 2 miliardi (praticamente il doppio). Anche la stima effettuata su un campione di imprese, per cui il rapporto tra copie distribuite e copie tirate sarebbe di 1 a 8, è quantomeno incoerente: ne deriverebbe infatti che nessuna impresa riuscirebbe a rientrare nel requisito della vendita di un quarto delle copie tirate. Comunque, considerando che che la nuova disciplina fissa già al 50 per cento degli stessi il contributo fisso (a fronte del 30 per cento vigente), appare ragionevole supporre che comunque le imprese raggiungeranno il livello massimo consentito, fra l'altro "con una maggiore propensione ad aumentare i costi (con conseguenti maggiori oneri) vista la crescita della quota degli stessi che viene rimborsata". La nota rileva anche l'incoerenza tra i maggiori oneri previsti dalla stessa relazione tecnica per i giornali delle minoranze linguistiche e i risparmi cospicui attesi su quelli dei quotidiani e dei periodici, considerando che il criterio di calcolo del contributo variabile risulta lo stesso.

Infine, altri maggior esborsi potrebbero derivare dall'abrogazione del tetto massimo di 207mila euro di contributo variabile per i periodici editi da cooperative giornalistiche. Sempre in tema di periodici, scompaiono le riduzioni sul contributo variabile (attualmente 1/6, 1/12 e 1/24 di quello dei quotidiani, rispettivamente per settimanali, quindicinali e mensili): il contributo unitario futuro sarà invece più del doppio di quello dei quotidiani (per i quali, come si è visto, i tecnici del Senato si aspettano un incremento).

Anche la definizione di "trasmissioni quotidiane" limiatata a 5 giorni alla settimana o 120 a semestre appare suscettibile di accrescere la platea dei soggetti che possono accedere ai contributi. E, se da un lato, l'introduzione di tetti ai rimborsi per gli abbonamenti ad agenzie di stampa è apprezzabile, va detto che finora erano rimborsabili solo 3 abbonamenti (2 per le imprese locali), limiti che ora sono soppressi.

Infine, c'è il grande punto interrogativo del comma 1 dell'articolo 11. La norma prevede che le imprese radiofoniche organi di partito o di minoranze linguistiche mantengano il diritto all'intero contributo previsto dalle leggi, anche in presenza di riparto percentuale tra gli aventi diritto. Per evitare effetti finanziari onerosi, il servizio del bilancio del Senato chiede di specificare che l'esclusione di queste imprese dalla ripartizione percentuale si risolverà in una riduzione delle risorse disponibili per il riparto tra gli altri soggetti e non in un aumento dello stanziamento complessivo. Altro capitolo di possibile spesa riguarda l'estensione anche alle radio organi di partito del diritto ai contributi previsto per quotidiani e periodici che al 31 dicembre 2005 avevano maturato tale diritto, pur se successivamente avevano perso il requisito della rappresentanza parlamentare. Minori entrate invece si prevedono per l'abolizione del bollo per le domande di credito agevolato (riguardo alle quali, oltretutto, viene ridotto e semplificato l'apparato informativo previsto a corredo delle domande, "il che potrebbe - ipotizzano gli uffici - facilitare il finanziamento di progetti caratterizzati da maggiori criticità finanziarie"). Tra le altre abrogazioni, infine, da sottolineare quella dell'articolo 10, comma 8 del decreto legge 159 del 2007. La norma imponeva la verifica su ogni numero del possesso del requisito di ammissione alla tariffa postale agevolata costituito da un massimo di 45 per cento di aree stampate: norma certo di difficile attuazione, ma la cui abrogazione è "potenzialmente idonea ad aumentare il numero delle spedizioni postali a tariffa agevolata e quindi il rimborso statale a favore di Poste italiane".

A fronte di queste osservazioni, il Governo potrebbe obiettare che la legge stabilisce che lo stanziamento previsto sul bilancio dello Stato costituisce limite massimo di spesa per i contributi, e che in caso di insufficienza delle risorse destinate i contributi vanno ridotti proporzionalmente tra gli aventi diritto. Ma, a rigor di logica, lo stanziamento dovrebbe essere calibrato sulla legislazione sostanziale, e la riforma voluta da Bonaiuti, come detto, anziché consentire risparmi potrebbe addirittura aumentare le spese. Le stime più ottimistiche parlano già da quest'anno di una riduzione del 20 per cento dei fondi disponibili. Il nuovo regolamento avrebbe dovuto adattarsi a questa nuova situazione, e invece, stando ai tecnici del Senato, aumenta la platea dei beneficiari e abroga norme che potrebbero ridurre il contributo spettante alla singola azienda. O, quantomeno, "non escludere il formarsi di tensioni su tale linea di finanziamento, che potrebbero anch'esse sfociare in un incremento delle risorse stanziate a partire dal successivo esercizio finanziario". La verità è che se da una parte gli obiettivi di semplificazione amministrativa e di priorità ai contributi cosiddetti diretti sembrano essere stati raggiunti dal regolamento, non così quelli di unificazione normativa: rimangono comunque in vigore moltissime disposizioni. Sarà dunque in concreto il Ministero delle Finanze a decidere quanto andrà ogni anno ai quotidiani e ai periodici, sulla base di considerazioni esclusivamente economico-contabili, e non in base alla concreta situazione del mercato editoriale.

 
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