La WAN: libertà di stampa sotto attacco in tutto il mondo

E' un quadro a tinte fosche quello che emerge dal rapporto semestrale sulla libertà di stampa nel mondo redatto dalla WAN, l'Associazione mondiale dei giornali. Ventotto giornalisti uccisi dall'inizio dell'anno, di cui sei solo nei territori palestinesi; ma anche una situazione complessiva di grande pericolosità in tutto il mondo, non solo nelle zone di guerra.

Pochi sanno infatti che uno dei luoghi più a rischio per i giornalisti è il Messico, dove nell'ultimo decennio ben 30 operatori dell'informazione sono stati uccisi e almeno otto sono scomparsi nel nulla. La Wan a questo proprosito ha rivolto un appello al presidente messicano Felipe Calderon perché faccia di più per assicurare i colpevoli, finora tutti impuniti, alla giustizia. La situazione non è certo migliore nel resto del Sudamerica; segnali positivi arrivano solo dagli Stati Uniti, dove la Camera dei rappresentanti ha recentemente approvato una riforma del "Global Online Freedom Act" che diffida le azienda americane dal cooperare con i governi che tentano di trasformare Internet in un veicolo di censura o controllo.
Buone notizie anche dall'Iraq, a lungo la zona più pericolosa per i reporter (225 morti negli ultimi sei anni), dove il recente incremento delle misure di sicurezza ha reso più sicura la vita dei giornalisti, anche se molto c'è ancora da fare. Come detto, l'area più rischiosa è quella dei Territori palestinesi, non solo per la tensione strisciante e le operazioni militari israeliane, ma anche per le continue intimidazioni e le censure di Hamas e Fatah. Oltre ai sei morti dall'inizio dell'anno, si segnalano anche i bombardamenti a tre sedi di altrettanti giornali (con il pretesto che essi fossero al servizio della propaganda di Hamas). Più in generale, quasi tutti i governi arabi del Medio Oriente operano una forte censura in particolare verso Internet: in Arabia Saudita circa 400mila siti sono bloccati e molti giornalisti e blogger affrontano pene severe per le proprie opinioni politiche, sociali o religiose considerate "indecenti". In aprile, inoltre, il Governo saudita ha imposto dure restrizioni anche agli Internet cafè, tra le quali l'installazione di sistemi di videosorveglianza e la registrazione obbligatoria dei frequentatori.

Drammatica la situazione in Africa, dove la censura, i conflitti, le leggi repressive rendono praticamente impossibile parlare di libertà di stampa. La svolta autoritaria in Senegal ha peggiorato ulteriormente il clima; in Eritrea, restano dietro le sbarre 14 giornalisti; in Somalia si contano due morti, tre feriti e numerosi arresti, oltre a molte chiusure di organi di stampa; da segnalare anche le pessime condizioni di lavoro per i giornalisti in Nigeria, Sudan e Zimbabwe (dove resta altissima la pressione fiscale sui giornali, molti dei quali sono stati costretti alla chiusura).

Non che in Europa la situazione sia più rosea. Le guerre, ma soprattutto le minacce di morte da parte della criminalità organizzata rendono difficile il lavoro anche dei giornalisti del Vecchio Continente; e, nonostante qualche ammorbidimento, la legislazione antiterrorismo continua a imporre vincoli inusuali per la cultura europea. Non aiuta certo a guardare con fiducia al futuro la recente risoluzione sulla diffamazione della religione adottata a Ginevra dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite: secondo la Wan, il testo ha significative ricadute sulla libertà di espressione e potrebbe essere usato da governi autoritari per vietare la pubblicazione e la diffusione di legittime opinioni su questioni culturali o religiose.
C'è anche un capitolo dedicato all'Italia e in particolare alle numerose minacce ricevute dai giornalisti che si occupano di mafia e criminalità organizzata, molti dei quali costretti a vivere sotto scorta. Critiche anche alla Turchia, non solo per la chiusura di due giornali curdi, ma anche per la causa intentata per motivi di tasse dal Governo contro il principale gruppo editoriale di opposizione, vista da molti come pretesto per mettere a tacere critiche e contestazioni.

Pessimo anche il clima in Asia: i conflitti nello Sri Lanka e in Nepal hanno segnato un arretramento complessivo del livello di libertà di stampa, in Afghanistan pressioni, intimidazioni e pericoli sono aumentati, per non parlare della Birmania, dove molti giornalisti sono stati condannati a lunghe pene detentive (in marzo, inoltre, la giunta militare ha creato un comitato di controllo su Internet, che ha accesso diretto a tutti gli articoli pubblicati online e può cancellarli o modificarli arbitrariamente). In Cina, la censura di massa non si èassolutamente ammorbidita, anzi: un giornalista tibetano è stato condannato a sette anni di prigione, più di 20 reporter sono stati arrestati, e molti siti stranieri continuano ad essere bloccati.