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Non è ancora finita la lunga partita di The Pirate Bay. Il sito continua a essere attivo e raggiungibile e sia i quattro responsabili sia le major hanno deciso di ricorrere in appello contro la sentenza con cui il 17 aprile scorso il Tribunale di Stoccolma ha condannato i proprietari del sito a un anno di reclusione e un maxirisarcimento (2,7 milioni di euro) alle case discografiche e cinematografiche.
Ma da oggi Fredirk Neij, Gottfrid Svartholm e Peter Sunde (fondatori del sito) e Carl Lundstrum, il loro principale investitore, hanno un alleato in più. Si tratta di Christian Engstrom, che è riuscito a farsi eleggere al Parlamento europeo come capolista del Partito Pirata svedese. Sito e partito non hanno nulla in comune, a parte il nome e le idee: certo è che la recente bocciatura, da parte dell'Europarlamento, del taglio della connessione a chi scarica opere protette dal copyright, ma soprattutto il clamore suscitato dalla causa intentata contro il sito di bitTorrent più famoso al mondo, hanno dato ampia visibilità alla formazione fondata nel 2006 che chiede la riforma del diritto d'autore, l'abolizione del sistema dei brevetti e la diminuzione dei controlli sul web. Risultato: dallo 0,6 per cento delle politiche dello scorso anno, il partito Pirata è passato al 7,4 per cento. "Merito" probabilmente anche della nuova legge svedese che consente ai titolari dei diritti d'autore di tracciare gli indirizzi IP dei presunti responsabili del download illegale. Un grande successo a livello politico e di immagine, in vista del processo d'appello a Pirate Bay. I quattro responsabili del sito sosterranno l'imparzialità del giudice che li ha condannati, Tomas Norstrom, membro e consulente di società e associazioni svedesi che si occupano di protezione del diritto d'autore. Il problema è che il presidente del collegio d'appello, Anders Eka, difficilmente può essere definito imparziale, visto che insieme a due avvocati delle case discografiche e cinematografiche ha presieduto un "centro di ricerca per i diritti dei media" a Stoccolma. Le major invece ritengono troppo bassa la multa inflitta al sito e quantificano i danni da esso causati in 9,5 milioni di euro. Inoltre contestano la permanenza on line del portale, resa possibile da un intricato sistema di tracker distribuiti a livello globale, tanto che di fatto il server non risiede più in Svezia. Sotto il profilo del merito, la linea difensiva di Sunde e compagni è l'assenza di file protetti da copyright su Pirate Bay: unici responsabili delle violazioni del diritto d'autore dovrebbero essere considerati gli utenti che caricano o scaricano film e canzoni, non certo chi si limita a mettere a loro disposizione un servizio simile a quello di un motore di ricerca (anche da Google, ad esempio, si possono raggiungere torrent protetti da copyright). Argomentazioni ritenute dal tribunale svedese insufficienti a contrastare quelle della major, secondo cui il sito comunque faciliterebbe la violazione dei loro diritti. Da sottolineare che in Italia Pirate Bay era stato bloccato ad agosto dello scorso anno, ma poi il Tribunale del Riesame aveva annullato il decreto per difetto di giurisdizione (il sito risiede comunque su server stranieri) e irregolarità del sequestro preventivo (il decreto non sequestrava nulla, ma di fatto inibiva l'accesso ad un indirizzo Internet). E proprio la vicenda italiana conferma quanto sia difficile la lotta contro la pirateria; quanto sia impopolare lo dimostra, invece, l'elezione di un "pirata" al Parlamento europeo. |