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Pornotax, il Governo accelera ma i dubbi restano Stampa E-mail

Il decreto anticrisi è legge, e con esso la destinazione degli utili della pornotax a interventi "a favore dello spettacolo". Introdotta nella Finanziaria del 2006, l'addizionale del 25 per cento sui ricavi derivanti dalla produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico ha avuto una storia quanto mai travagliata e non ancora conclusa.

Nella sua prima formulazione (tuttora teoricamente in vigore), la tassa, dovuta non solo dalle imprese, ma anche dagli esercenti arti e professioni (dunque, ad esempio, dagli attori) si estendeva anche al materiale di incitamento alla violenza. Una serie di difficoltà attuative l'avevano lasciata sulla carta. Il Governo l'ha riesumata nel dicembre dello scorso anno, in occasione del primo decreto anticrisi, estendendola alle "trasmissioni televisive volte a sollecitare la credulità popolare attraverso numeri telefonici a pagamento" e definendo "materiale pornografico i giornali quotidiani o periodici, con i relativi supporti integrativi, e ogni opera teatrale, letteraria, cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico e telematico, in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti". Definizione ripresa dal successivo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 13 marzo scorso, che ricomprendeva tra le "trasmissioni volte a sollecitare la credulità popolare" quelle che, attraverso servizi telefonici a pagamento o altre forme di dazione economica presentavano prestazioni di "cartomanti, indovini, taumaturghi e medium o comunque soggetti che fanno riferimento a credenze magiche, astrologiche, divinatorie e analoghe".

Lo stesso dpcm consentiva, per l'attuazione della pornotax, accordi di collaborazione tra Agenzia delle Entrate, Dipartimento per l'informazione e l'editoria della Presidenza del Consiglio, Direzioni generali per il cinema e per lo spettacolo dal vivo del Ministero dei Beni Culturali, Dipartimento per le comunicazioni del Ministero dello sviluppo economico e Agcom; possibilità poi consacrata a livello legislativo dall'articolo 11 quater del decreto legge 78 del 2009, inserito dalla Camera in sede di conversione. Lo stesso articolo destina le maggiori entrate della pornotax al Ministero dei beni culturali "per interventi a favore dello spettacolo".

Ma già qui sorge la prima difficoltà. Perché la legge parla di maggiori entrate "ulteriori" rispetto a quelle già previste nel decreto legge dello scorso novembre. La Relazione tecnica a quel dl prevedeva un gettito di circa 250 milioni per il 2009 (tra acconto e saldo) e di circa 150 a partire dal 2010. Le somme "ulteriori" di cui parla il dl 78, che saranno determinate con decreto del Ministro dell'economia e da questo assegnate al Ministero dei beni culturali, alla fine potrebbero anche essere briciole. Soprattutto se la tassa non dovesse essere retroattiva (e dunque applicarsi, ovviamente senza sanzioni, anche ai ricavi conseguiti nel 2008). Tra l'altro, la Relazione tecnica già citata applica al periodo d'imposta 2008 l'obbligo dell'acconto del 120 per cento previsto però solo per il periodo d'imposta 2005 dalla Finanziaria 2006. Come al solito, la stratificazione degli interventi legislativi porta a forzature che ricadono sul cittadino o, come in questo caso, sul contribuente.

Molto dipenderà anche dagli accordi di collaborazione previsti dalla legge e che potrebbero essere conclusi entro l'anno. Va predisposto "l'apposito prospetto della dichiarazione dei redditi" che andrà compilato dalle persone giuridiche e fisiche soggette all'addizionale; ma soprattutto vanno superate alcune difficoltà di carattere interpretativo, già evidenziate dalle tv private, che hanno definito la tassa inapplicabile ai film a luci rosse. La legge parla di "atti sessuali espliciti e non simulati": prescindendo dall'argomento per cui, essendo interpretati da attori, quegli atti sono necessariamente simulati, come si stabilisce se un atto è esplicito o meno? In altre parole, è l'annosa questione del discrimine tra pornografia ed erotismo, che di fatto deve essere risolto, però, dallo stesso contribuente. Quanto alla trasmissione via Internet, è evidente che basterà spostare all'estero la sede della persona giuridica cui il sito fa capo per non dover pagare più la tassa. Infine, c'è da chiedersi perché dal novero delle "trasmissioni volte a sollecitare la credulità popolare" siano state escluse quelle più comuni ormai sulle tv private italiane: le televendite di numeri telefonici ad alta tariffazione da chiamare per avere i "numeri fortunati" da giocare al Lotto. Considerando la febbre da gioco degli italiani, che sempre più soldi porta all'Erario, qualche dubbio che l'esclusione sia stata frutto di semplice distrazione è perlomeno legittimo.

 
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